A cinquant’anni dalla morte, d’Annunzio suscita ancora accese polemiche: è il poeta di inarrivabile magia verbale, colui che ha insegnato un nuovo modo di leggere, e insieme il protagonista estroso di vicende discutibili: amori esibiti e recidiva insolvenza, e la guerra, Fiume, la retorica poi mussoliniana… Ma è certo che venuti meno, col ricambio delle generazioni, i pregiudizi intorno alla sua avventura, si è cominciato a rimeditarne l’opera dopo averla riletta con animo sgombro. Si sono così aperte nuove vie d’indagine che conducono ai più diversi aspetti della vicenda dannunziana. Il suo rapporto con l’industria culturale, per esempio, per cui invece che il Vate ispirato dalle Muse, ci si presenta un manager attento alla réclame e al pubblico dell’Italia postunitaria. Poi il sagace mallevadore delle più fervide correnti culturali europee, l’intellettuale in grado di sollecitare la chiusa accademia nostrana, anche – perché no? – con gli innumerevoli plagi, non cieca rapina, ma veri e propri mezzi di diffusione di scritture da noi poco o malnote. O ancora: il tentativo di rifondare il mito nella società moderna, quel mito che è il solo garante della Poesia quando l’Industria – così è per la décadence finesecolare – sta uccidendo la Bellezza. E fra i miti che d’Annunzio cerca più strenuamente di riproporre sono quelli dell’Artista e dell’Arte: il primo come eletto scriba della nascosta armonia della Natura, la seconda come segno nel quale tutte le Arti confluiscono. Non a caso il finesecolo è davvero attratto dalla commistione di tutte le Arti (basti pensare al Vort-Ton-Drama wagneriano) e si conclude con Mallarmé che sarà la parola, il Verbo, a realizzarla. Quanto a d’Annunzio, si è da tempo posto l’accento sull’equazione, in lui, di parola e musica, sulla sua magica manipolazione di suono e silenzio di cui si hanno esempi altissimi in Alcyone e nella cosiddetta prosa notturna. Più in ombra è restato finora il rapporto fra parola e immagine nella sua opera. Ma chi si autodefinì Imaginifico doveva senz’altro additare una componente essenziale di una scrittura che a ben vedere non si priva mai del referente figurativo. Come d’Annunzio ebbe cura di proporre una precisa immagine di sé, cullandosi in un divismo per il quale non risparmiò nessun espediente, così in versi e prose vengono sempre additate al lettore le immagini che la parola trascrive. Ci si chieda il perché dei numerosi pittori da lui citati, o anche allusi; ci si chieda il perché i come e come e come, che centrifugano la sua pagina, rinviino tanto spesso al quadro, al bassorilievo, alla statua… Non è sufficiente, per tutta risposta, ricorrere all’attività del critico d’arte, al sodalizio con pittori e teorici della pittura. Il technicolor (non è un primo effetto del rinvio figurativo?), che fa appello alla competenza del lettore, deve aver certo radici più profonde se da questo punto di vista possiamo considerare tutta l’opera dannunziana come un iperbolico museo. L’Industria non ucciderà la Bellezza – ribatte il Vate moderno, profeta di un nuovo Rinascimento ma sarà al suo servizio riproducendola, ciò che intanto comincia a fare la fotografia, la quale consente persino di ingrandire o di miniaturizzare o di fissare il particolare dell’opera d’Arte un tempo sacra e intoccabile. E giunto invece il momento di toccarla, di possederla, di ricreare il museo nella propria Vita e nel proprio intérieur. Quanti paesaggi dannunziani – né si negheranno a d’Annunzio le doti del grande paesista – non sono trascrizioni da Michetti, Böcklin, Claude Lorrain…? Quante eroine dei suoi romanzi non sono ritratte come Monna Lisa o la Primavera o la Beata Beatrix? Narra un memorialista tardottocentesco che nelle vie di Parigi, la notte, si potevano incontrare numerose prostitute travestite secondo un modello d’arte: e sono le Gioconde e le Primavere a riscuotere il maggior successo. La praticabilità dell’Arte fino alla degradazione è una moda finesecolo che d’Annunzio promuove a tecnica i scrittura. Non possiamo forse rileggere il Piacere o il Fuoco come serie continua di tableaux vivants? E lo stesso vale per la lirica dove campeggia il plastico Ermete prassitelèo o la più estenuata virgo preraffaellita. Basterebbe del resto il Vittoriale, zeppo com’è di calchi, falsi e riproduzioni, a illustrare – metafora tangibile – l’ininterrotta museografia dannunziana.
Lo trovi in
Dettaglio
UDAFB@Biblioteca Laboratorio delle Idee 'Falcone e Borsellino' di Pescara
Trovi il documento in
Biblioteca Laboratorio delle Idee 'Falcone e Borsellino' di Pescara
Biblioteca Laboratorio delle Idee 'Falcone e Borsellino' di Pescara