Uomo di cultura vasta e poliedrica, conoscitore di molte lingue, onnivoro lettore di tutto ciò che si stampava, Anthony Boucher era giustamente famoso anche per le rubriche di critica che tenne per un lungo periodo e sulle quali si occupò soprattutto di gialli. A lui devono la loro prima fama anche alcuni giallisti pubblicati all'epoca da editori minori.
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Era un estimatore della Golden Age del poliziesco e i suoi idoli erano John Dickson Carr ed Ellery Queen, tanto che quando decise di mettersi a scrivere dei romanzi, a loro si ispirò, dichiarandolo apertamente. Dette alle stampe sette gialli nel giro di cinque anni (dal 1937 al 1942) e fu subito successo. "Tre Volte Sette" è una storia assai raffinata, il cui ambiente universitario fa da scenario a un classico "who done it" di grande fattura e di stampo queeniano. "Nove Volte Nove" e "Sorella Ursula Indaga" invece guardano a Carr e mettono in scena due misteri della camera chiusa che vale la pena di gustare non solo per soddisfare l'acuta curiosità di scoprire com'è potuto avvenire il delitto, ma anche e soprattutto per seguire le tecniche attraverso le quali Boucher costruisce vicende e personaggi, miracolose e miracolistiche assieme.
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