Trasgredendo il precetto del riposo domenicale, migliaia di guerrieri si affrontarono furiosamente il 27 luglio 1214 presso il ponte di Bouvines, in Fiandra, dove si incrociavano le terre fiamminghe, capetinge e imperiali.
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Da una parte i francesi di Filippo Augusto, dall’altra gli inglesi di Giovanni Senzaterra e i tedeschi di Ottone di Brunswick: l’uno e gli altri incaricati da Dio di mantenere l’ordine nel mondo, consacrati dai vescovi, accompagnati dalle fervide preci e dai canti del seguito ecclesiastico. Era la prima battaglia che un re di Francia osava ingaggiare da più di un secolo e, contro ogni previsione, si risolse in una clamorosa vittoria: un trionfo degno di Cesare o di Carlo imperatore, una delle storiche giornate che hanno fatto la Francia. Il suo cronista più attento e colorito fu Guglielmo il Bretone, un chierico della corte di Filippo, che per primo aveva compreso l’importanza della letteratura di guerra come strumento di propaganda regia. Naturalmente Guglielmo non racconta i veri momenti della battaglia: rancori e cupidigie, passioni personali, affari di famiglia, ripudi, adulteri, affronti mal digeriti, promesse non mantenute, sete di arraffare, di superare gli altri, di buttare un rivale nella polvere per poi rialzarlo bonariamente. Questi e altri retroscena danno sapore al vivace racconto storico del medievalista francese Georges Duby. Per Duby la battaglia di Bouvines è un pretesto per offrirci un formicolante “spaccato” del mondo medievale, colto in quella che è la sua “industria” più importante: la guerra, con l’appendice dei tornei cavallereschi. Avventura stagionale, impresa di saccheggi autorizzati, elegante gioco di scacchi regolato da un complesso rituale che intende risparmiare la vita dei signori, la guerra ha una precisa funzione economica: è l’unica attività che consente rapidi arricchimenti, ma intanto è accompagnata da sottili giustificazioni ideologiche e religiose, e seguita dall’attenuarsi delle tensioni di classe.
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